Lavora nell’ombra della palestra, molto prima che si accendano i riflettori sulle finali nazionali giovanili. Mauro Marchetti è uno di quegli allenatori che partono dal lavoro, dalla preparazione maniacale e dall’idea che ogni allenamento meriti la stessa dignità di una partita di Serie A. Alla guida delle formazioni maschili di eccellenza Under 17 e Under 19 di Vero Volley, Marchetti può vantare un palmarès impressionante: sette titoli nazionali giovanili, cinque soltanto nelle ultime due stagioni tra Scudetti U17, U19 e Junior League. Dietro i trofei c’è un ex giocatore “con molta passione e poco talento” che ha trasformato quella consapevolezza in cura del dettaglio. Pretende curiosità e apertura mentale, accompagna i ragazzi attraverso errori e pressioni, lavora sulla loro gestione emotiva. Nella filosofia di Marchetti la vittoria è la conseguenza naturale di un percorso di crescita che coinvolge tutti i giocatori, non il punto di partenza.
All’inizio del tuo percorso, cosa ti ha spinto a intraprendere la carriera da allenatore? E quando hai capito che poteva diventare davvero la tua strada?
All’inizio ero un giocatore con molta passione e poco talento e, proprio perché avevo capito che non sarei mai arrivato in alto da atleta, la voglia di riuscirci comunque mi ha spinto a intraprendere la carriera da allenatore già a 17 anni. Per circa dieci anni ho portato avanti entrambi i ruoli, giocatore e tecnico, e in alcune stagioni mi è persino capitato di allenare la stessa squadra in cui giocavo. Devo ammettere che sono stati anni fondamentali anche per me come giocatore, perché iniziando ad allenare ho compreso tante cose che nessuno mi aveva mai spiegato prima.
Nel corso della tua carriera hai allenato sia squadre giovanili sia atleti più esperti: quali sono, secondo te, le principali differenze tra lavorare con una squadra senior e una junior?
Da un punto di vista tecnico e tattico, la differenza principale sta nelle abilità e nell’esperienza. L’esperienza, in fondo, non è altro che la quantità di errori che commetti fino a imparare a fare le cose bene: per questo i giovani hanno bisogno di sbagliare tanto per imparare a giocare, mentre i più esperti hanno bisogno di meno informazioni, perché certe situazioni le conoscono già. Detto questo, io vivo con l’idea che non si finisca mai di imparare, e considero apertura mentale e curiosità requisiti fondamentali per i miei atleti. Sul piano opposto, quello emotivo e caratteriale, il lavoro con i senior è molto più delicato rispetto ai junior. Nei giovani, anche quando la gestione non è perfetta, spesso si riesce a compensare: hanno una grande capacità di “resettare”, e grazie a passione ed energia riescono a superare più facilmente le inefficienze da questo punto di vista.
Ci sono principi o caratteristiche che non possono mai mancare nei tuoi allenamenti, indipendentemente dall’età o dal livello della squadra?
Prima di tutto la preparazione: dell’allenamento, dello staff e personale. Tratto ogni squadra come se fosse di Serie A, perché credo che tutti meritino la stessa attenzione e dignità, indipendentemente dal livello. Poi servono passione, entusiasmo, energia, cuore e atteggiamento. Credo molto nella capacità dei pensieri di influenzare emozioni e stato d’animo: imparare a governarli è un percorso lungo, ma fondamentale. Per alcuni allenatori è un talento naturale; io ho dovuto studiarlo e lavorarci molto.
Allenando i più giovani, come riesci a trovare il giusto equilibrio tra costruire un rapporto di fiducia con loro e mantenere l’autorevolezza necessaria al tuo ruolo?
Per me l’autorevolezza riguarda soprattutto le regole e la gestione del gruppo, mentre la fiducia ha a che fare con il continuare a credere nei giocatori anche quando le cose vanno male. Il vero punto di equilibrio sta nel continuare a spingere, nel sottolineare gli errori – perché è dalla loro correzione che nasce il miglioramento – senza però esagerare, per non intaccare autostima e fiducia. A volte la vera abilità è fare in modo che la fiducia viaggi su un binario diverso da quello tecnico: riuscire a sostenere i ragazzi anche mentre li si corregge.
A tuo parere, il settore giovanile del volley italiano oggi prepara adeguatamente i ragazzi al salto verso le prime squadre? Se ci sono delle lacune, quali aspetti andrebbero migliorati?
Credo che il settore giovanile italiano stia lavorando molto bene, sia per la qualità del lavoro sia per il rapporto tra Nazionale e club. Per crescere, i ragazzi hanno bisogno di confrontarsi con livelli sempre più alti, ma senza bruciare le tappe: se la difficoltà è eccessiva, il rischio è compromettere autostima e fiducia. Per questo credo in un percorso “a boomerang”: salire di livello, tornare nel proprio campionato per acquisire consapevolezza e poi affrontare nuove sfide. Più che individuare lacune generali, servono buon senso, dialogo e valutazioni costruite sulle esigenze di ogni singolo atleta.
Si parla spesso delle nuove generazioni: dal tuo osservatorio privilegiato, noti differenze rilevanti rispetto ai ragazzi di qualche anno fa? Se sì, in cosa si manifestano maggiormente?
Le differenze ci sono eccome. La più evidente, da un lato, è antropometrica e fisica: oggi abbiamo ragazzi molto più dotati, più forti, che saltano e tirano con una potenza diversa rispetto al passato. Dall’altro lato, però, ci sono le dimensioni emotive e psicologiche: vediamo giocatori più fragili, meno indipendenti, spesso poco allenati al confronto, al fallimento e alle difficoltà. E tutto questo, inevitabilmente, si riflette anche nello sport, per le ragioni che dicevo prima.
Oltre al ruolo di allenatore, hai intrapreso anche quello di podcaster: cosa ti ha spinto ad avviare questo progetto e che tipo di messaggio vuoi trasmettere attraverso questo formato?
L’idea nasce dall’esigenza di dare ai giovani allenatori la possibilità di accedere a informazioni che altrimenti resterebbero patrimonio di un’élite. Penso ai privilegiati che possono contare su circoli importanti, ai giocatori che poi diventano allenatori dopo aver lavorato con coach di altissimo livello, o alle persone estroverse – a volte anche un po’ invadenti – che vanno sempre a parlare, chiedere, fare domande a tutti. Io purtroppo non rientravo in nessuna di queste categorie e per questo ho fatto molta fatica a reperire informazioni per aggiornarmi e crescere. Timido, introverso, ho davvero faticato a introdurmi in certi ambienti e, paradossalmente, è stato il Covid a darmi una grossa mano: sono nati come funghi decine di podcast e si è creata una rete di confronto tra tanti allenatori. Oggi la vera sfida è mantenere alto il livello dei contenuti e, allo stesso tempo, trovare format sempre più moderni. Ci stiamo lavorando, sapendo che per fare le cose con qualità serve tempo: ad esempio, un podcast anche in video sarebbe molto interessante, ma richiederebbe una sala di registrazione, persone dedicate… e con i ritmi che abbiamo, spesso tutto viene incastrato nei ritagli di tempo libero.
Quanto è importante oggi l’aspetto mentale nella formazione di un giovane atleta, e come lo lavori in palestra?
Direi che oggi l’aspetto mentale è semplicemente fondamentale. Vent’anni fa lo si considerava molto meno, pur essendo già importante; adesso tutti ne parlano, ma pochi sanno davvero cosa ci sia dietro. Spesso viene affidato all’istinto, all’esperienza, al “come si è fatti”: persone con un certo carattere si incastrano bene con gruppi fatti in un certo modo e in alcuni contesti vincono, in altri invece faticano. La vera bravura, secondo me, sta nel riuscire a modificare il proprio modus operandi, il proprio stile gestionale, mentale ed emotivo per adattarsi alle persone che si hanno davanti. È una cosa difficilissima. Io ci lavoro moltissimo, con grande fatica e, direi, risultati normali, però almeno ho chiara la strada su cui devo continuare a crescere.
Qual è l’errore più comune che vedi nei giovani giocatori e come cerchi di correggerlo?
L’errore più comune è il deprimersi: pensare subito al punto sbagliato, all’errore appena commesso, e arrivare a giudicare se stessi come persone su episodi che, in realtà, sono solo prestazioni. Questo atteggiamento finisce per influenzare tutto ciò che si fa e la qualità con cui lo si fa. L’altro grande errore è la scarsa visione del futuro: non considerare il percorso come qualcosa fatto di tappe, obiettivi e lungimiranza, e non rendersi conto che quasi tutto dipende da quanto lavoriamo, quanta determinazione mettiamo e quante abitudini sane costruiamo intorno a questo. E questo vale per ogni aspetto: tecnica, tattica, gestione ed espressione delle emozioni, educazione, modo di stare in campo, relazioni con le persone, rispetto delle regole, vita in foresteria. Sono elementi determinanti, sui quali cerchiamo di intervenire anche fuori dalla palestra, perché rappresentano le fondamenta su cui costruire prima l’uomo e poi l’atleta.
Che ruolo hanno le famiglie nel percorso sportivo dei ragazzi e come deve rapportarsi un allenatore con i genitori?
Le famiglie hanno un ruolo fondamentale. Senza il loro aiuto è come perdere un arto: diventa molto più difficile gestire le relazioni, sia con gli atleti – per conoscerli davvero – sia con i genitori, a cui dobbiamo far capire che tipo di lavoro stiamo facendo. Per questo è essenziale costruire un’alleanza: da un lato ci permette di avere una visione a 360 gradi del ragazzo, che in palestra vediamo solo in una parte limitata della sua vita. Dall’altro ci aiuta a comprendere le difficoltà quotidiane dei giovani: chi studia poco, chi dorme poco, chi fa fatica a raggiungere l’allenamento, chi si è dovuto trasferire. Noi in palestra arriviamo e pretendiamo sempre il massimo, ma conoscere ciò che c’è dietro ci permette di avere un po’ più di comprensione. Allo stesso tempo, un genitore critico è spesso un genitore che non sa davvero quanta cura e quanto lavoro ci siano dietro. Se riusciamo a tenere aperto un canale di comunicazione in entrambe le direzioni, possiamo spiegare ciò che non è chiaro e aiutarli a inquadrare correttamente quello che sta succedendo. Così avremo meno persone giudicanti e più alleati nel percorso formativo che vogliamo costruire.
Che consiglio daresti a un giovane allenatore che vuole intraprendere questo percorso?
Direi, prima di tutto, di studiare. Lo dicono tutti e può sembrare banale, ma è davvero così: bisogna studiare, informarsi, conoscersi, restare aperti al cambiamento e avere una mentalità da scienziato, cioè accettare le critiche, accettare di sbagliare, accettare che qualcuno ti dica “Guarda, hai sbagliato” e riuscire a rispondere “Grazie, almeno la prossima volta non sbaglio”. Pensare invece di essere già perfetti, di sapere tutto e offendersi quando qualcuno ti fa notare che potevi fare meglio è un atteggiamento istintivo, difensivo, ma non aiuta a migliorare in fretta. Per questo, ben venga chi ci mette davanti ai nostri errori. Poi serve passione: se fai le cose senza passione diventano solo un lavoro, mentre per noi dovrebbero essere prima di tutto un divertimento. I momenti difficili e le sconfitte arrivano sempre; solo se hai passione trovi l’energia per ripartire con ancora più determinazione, altrimenti cerchi scuse, perdi motivazione o, peggio, finisci per incolpare i ragazzi, e questo non va bene. Infine, bisogna chiedersi seriamente se si vuole davvero fare l’allenatore. È un lavoro serio, che richiede studio e sacrificio, anche e soprattutto dal punto di vista familiare. Fatto nel modo – forse un po’ “malato” – in cui lo facciamo noi, significa dedicare per lunghi periodi dell’anno quasi tutto se stessi a questa attività, che diventa la priorità. In questo la famiglia è decisiva: una famiglia sana che ti supporta, ti sopporta, ti accoglie e accetta queste “assenze” è fondamentale per mantenere serenità e poter lavorare senza sprecare energie nel tentativo di fingere di poter dividere un tempo che, in realtà, non c’è.
di Emil Cambiganu
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