Dalla crescita del club brianzolo ai sogni ancora da inseguire: il viaggio del capitano che non ha mai smesso di sentirsi a casa.
Ci sono giocatori che passano da una squadra lasciando ricordi. E poi ci sono quelli che diventano il volto stesso di una società.
Thomas Beretta appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Non è soltanto il capitano della Vero Volley Monza, non è soltanto un centrale che si appresta a vivere la dodicesima stagione consecutiva in maglia brianzola, né soltanto il miglior muro dell’ultima Superlega.
Beretta è diventato il filo rosso che collega epoche diverse del club: dai primi anni nella massima serie fino alla squadra capace di giocarsi finali europee e scudetti. A 36 anni Thomas continua a essere protagonista. Il capitano della formazione brianzola rappresenta il valore dell’esperienza, della presenza quotidiana, dell’esempio silenzioso.
È il veterano che tiene insieme uno spogliatoio giovane senza mai trasformarsi in monumento. Non ama i discorsi teatrali, non cerca centralità fuori dal rettangolo di gioco, ma dentro il gruppo la sua figura resta quella del riferimento naturale.
Sono veramente tanti anni che vivo la realtà di Monza. Io e questo club siamo cresciuti insieme, vestire la maglia della Vero Volley è un obiettivo che mi pongo di stagione in stagione. Qui è come essere in famiglia.
In un’epoca sportiva in cui i percorsi lunghi nella stessa squadra sono sempre più rari, la sua permanenza profuma di romanticismo. Per lui il tempo sembra essersi fermato: “Diciamo che ho guadagnato esperienza”, sorride, “a 36 anni metti in campo cose che a 20 non noti”. Poi si sofferma sull’evoluzione della pallavolo che vede numeri, statistiche, video-analisi immediate e studio maniacale degli avversari sempre più predominanti. Lui dice di essersi sempre trovato meglio a osservare il gioco rispetto ad avere troppi dati in testa. Questo non significa rifiutare il cambiamento, anzi: “Adesso abbiamo tutto quello che serve per essere preparati su qualsiasi esigenza che possa presentarsi in campo. Avere dei dati immediati che danno qualcosa in più è sicuramente meglio che non averli”.
Sono però i giocatori a dover fare la differenza e Beretta, da capitano con tanti anni trascorsi nella massima serie, prova a guidare quelli più giovani: “Non sono uno che fa grossi discorsi”, ammette sorridendo. “Penso più all’esempio da dare in campo, alla motivazione quotidiana. Poi sì, quando serve una strigliata va data”. È una leadership costruita sulla credibilità. Sulla coerenza quotidiana. Sul fatto che il capitano, soprattutto in una squadra dall’età media bassa, non possa permettersi di calare il livello nemmeno per un allenamento. “La cosa fondamentale è non mollare mai”, racconta.
Quando sei il punto di riferimento dei compagni non puoi permetterti di dare meno del 100%, perché se lo fai tu allora possono permetterselo anche gli altri. Lavorare con i giovani mi stimola molto: devo tenere il passo, essere quello che spinge di più e conquistarmi il posto ogni giorno.
A proposito di giovani, Beretta ripercorre i suoi primi approcci con la pallavolo. Una passione nata casualmente. “Facevo tutt’altro: sci di fondo, mountain bike, sport completamente individuali”. La svolta è arrivata quasi per caso: “Un mio compagno di classe mi disse di provare. Mi colpì subito il fatto di stare in mezzo alle persone, il gioco di squadra. Prima mi allenavo da solo nei boschi”. Da lì la costruzione della sua carriera sportiva è stata abbastanza veloce: prima a Treviso, in uno dei vivai più importanti d’Italia, poi il professionismo.
Quando mi sono trasferito a Treviso ho capito che la pallavolo poteva diventare il mio lavoro. In una realtà di quel tipo, anche se sei un’atleta del settore giovanile ti senti già un professionista per ciò che devi dare tu e per la mentalità che devi avere. Tutto quello che facevo era finalizzato a vincere e a riuscire a farcela. È stato uno dei periodi più belli della mia vita.
Nella chiacchierata con Beretta un termine è ricorrente: ‘mentalità’. Per lui la pallavolo non è soltanto tecnica o preparazione fisica. È soprattutto equilibrio mentale. “La stagione è lunga e i momenti difficili vanno messi in conto. La preparazione mentale è fondamentale per affrontare tutti i periodi del campionato. Più riesci a mantenere equilibrio tra alti e bassi e meglio è”. Una consapevolezza costruita negli anni, proprio come la gestione della pressione. “È un aspetto che si può allenare, si migliora giocando partite ad alti livelli”, rivela il centrale brianzolo.
A me piace molto essere sotto pressione: affrontare finali o incontri importanti ti dà qualcosa che le gare normali non riescono a trasmettere.
E poi ci sono i sogni: quelli vissuti e quelli ancora da vivere. “La Nazionale rimane un capitolo importantissimo, qualsiasi sport avessi praticato la maglia azzurra sarebbe stato il traguardo massimo. Sono felice di essere riuscito a raggiungere questo obiettivo”. Beretta conserva un ricordo speciale di quegli anni: “Non mi è mai pesato terminare la stagione con il club e allenarmi poi con la Nazionale. Sono momenti belli, rappresenti il tuo Paese nelle più importanti competizioni e dai tutto per vincere”. Altri ricordi emergono anche pensando alla Vero Volley: “La vittoria della Coppa CEV è tra quelle che più mi sono rimaste nel cuore. Un percorso fantastico che si è chiuso nel migliore dei modi”. Ovviamente anche la Finale Scudetto occupa un posto speciale guardando alla sua carriera con Monza: “Siamo arrivati a un passo dal fare qualcosa di incredibile. Un gruppo che è riuscito a portare la Vero Volley ai vertici di questo sport”. E proprio partendo da quei flashback Beretta svela il suo nuovo sogno.
Abbiamo portato Monza a livelli altissimi. Prima di smettere con la pallavolo giocata, spero di rivivere quei momenti insieme al club
di Filippo Miorelli
Ascolta l’articolo


